|
è tornato in campo ed alla
prima vera occasione ha dato un impulso forte al rinnovamento. Fuori e
contro la capacità di valorizzare fino in fondo questo segnale, sta solo
la decadenza della politica, la crisi profonda dei partiti: più essi si
decompongono, più si fa strada la convinzione che per affrontare e
risolvere i problemi bisogna aggirare istituzioni e procedure democratiche
tradizionali e non.
Il rinnovamento, in una situazione di sfiducia, passa attraverso un
singolo personaggio – vedi ad es. Bacoli o Monte di Procida - il cui
carisma e le cui capacità positive o negative che siano, coagulano intorno
a sé un consenso che bypassa partiti e coalizioni ‘bollite’,
rissose, poco incisive, e quindi accantonate dai cittadini.
Si sta inoltre diffondendo, attraverso un’enfatizzazione in primo luogo
giornalistica, l’idea semplicistica e manichea, che amministrazione e ceto
politico e istituzionale, puteolani e flegrei, malgovernino perché
subalterni, o complici della delinquenza organizzata, della camorra cui
sarebbero in vario modo asserviti; in modo analogo a quanto accade anche
per gli uomini e le attività economiche, commerciali etc.
Ma a noi pare più persuasiva l’idea che la mediocrità, la miseria
materiale, morale e culturale di politici e amministratori flegrei abbia
radici e ragioni non riducibili a simili ‘inquinamenti’ che pure
certamente esistono; e siano semmai radicate in un trend molto più
profondo ed epocale che, nonostante le sue indubbie specificità e
degenerazioni locali, non si differenzia nella sostanza da un più generale
tramonto della politica.
|
 |
Che tutto sia contrattabile, barattabile, è l’impressione che comunicano
forse solo i nostri rappresentanti locali?
Si può isolare la pochezza del
nostro capitale umano dall’affermarsi dell’individuo e
dell’antipolitica ovunque, dalla crisi di ogni ethos, e chiudersi
in lamentazioni localistiche?
Si guardi a problemi come l’abusivismo edilizio, il cattivo funzionamento
della raccolta dei rifiuti urbani, o il traffico automobilistico: davvero
si crede di poterli affrontare senza prospettare alternative credibili che
rendano la società civile partecipe e protagonista di scelte e
comportamenti innovativi, e senza quindi limitare e governare il permanere
vorace ed informe di appetiti individuali, di abitudini consolidate?
E può un’amministrazione pensare, o le si può chiedere, di cambiare
dall’alto, senza un coinvolgimento di associazioni e cittadini, sistema e
modi di vita consolidati? Del tutto scadente e
marginale appare la passione e la qualità culturale del dibattito
politico ‘ufficiale’ in relazione a questi nodi. Ancora una volta
bisognerebbe domandarsi radicalmente e seriamente: perché il politico, e
la politica, qui come altrove, decadono?
|
|
|
E a
quali condizioni può darsi una politica adeguata al nostro esserci qui
e ora?
Futuro Campi Flegrei
Solo in
progetti, scelte, conflitti produttivi e di alto profilo può maturare
ed emergere una politica meno indecente e una nuova classe dirigente;
se si tratta, invece, solo di comporre un microcosmo di egoismi
particolaristici, di compiacere la corte formata dagli amici degli
amici, allora amministratori di condominio, o politici da basso
impero, possono bastare…
Dovremmo, allora, sollevare e confliggere intorno alle vere questioni:
quale città vogliamo? Con quale consapevolezza e quali scelte ci
relazioniamo al destino della nostra città, alle spinte anche
contraddittorie che la animano? Come perseguire, ad esempio, insieme
la città del turismo culturale e gastronomico, senza un governo capace
di porre e gestire i problemi derivanti dall’intreccio dei due
differenti tipi di flussi? (Si pensi solo al traffico: ticket e divieti, senza parcheggi alle porte dei centri storici, dei
lidi balneari non potranno davvero raggiungere l'obbiettivo; qualcosa
di positivo si sta facendo invece in relazione al rafforzamento del
metrò del mare).
Sentiamo ripetere sempre le stesse cose: ciò
che di positivo (il rilancio dei nostri beni culturali) o di negativo
(gestione dei rifiuti, delle asl) si è fatto nei Campi Flegrei dipende in larga
parte dalla Regione Campania; e le amministrazioni comunali flegree
seguono passivamente le scelte regionali per subalternità e
convenienza; in alcuni casi, a torto o a ragione, le ostacolano, in
altri le promuovono, fanno la loro parte; più raramente cercano di
avere voce in capitolo e di porsi alla pari, producendo un originale
contributo.
Le idee e i progetti di sistemazione e sviluppo dei comuni flegrei –
che, tra l’altro, si guardano bene dal pensare di potersi mettere
insieme in una sorta di Comune dei Campi Flegrei -, e i criteri di
lottizzazione e di gestione di fondi e uomini, appaiono di fatto condivisi da
tutti, così come l’idea che si tratti essenzialmente di accaparrarsi
quanti più finanziamenti possibili; il
dissenso resta confinato solo ai modi e ai tempi di attuazione dei
progetti.
Ma non c'è altro da aggiungere a questa analisi?
A noi pare, invece, che occorrerebbe rinnovare il bagaglio di idee con
cui guardiamo a questi processi, e parliamo all’intelligenza e al
cuore dei cittadini: sottrarsi, ad esempio nel dibattito intorno alla
forma urbis e alla sua relazione con il passato, ad una sterile
contrapposizione tra conservazione e innovazione: da un lato, non fare
dei nostri centri storici il cronicario mummificato dei ricordi
della comunità, e, dall’altro, reagire all’imporsi di una città futura
in cui la vita e le abitazioni dei quartieri periferici siano costruite come
contorni per strade senza ‘luoghi’, i cui confini siano dati dal punto
dove terminano le vie di comunicazione, ed ogni relazione tra centro e
periferia venga sovvertita e rimescolata.
Come immaginare il futuro dei luoghi dove abitiamo, laddove la
radicale trasformazione in corso delle città, minaccia la
sopravvivenza e la qualità del nostro vivere in comune: “… è
possibile vivere senza luogo? E’ possibile abitare dove non si danno
luoghi? L’abitare non avviene dove si dorme e qualche volta si mangia,
dove si guarda la televisione e si gioca col
continua...
|