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La violenza sulla donna “un silenzio assordante”

Martedì, 12 Giugno, 2012 scritto da Brigitta Buglione

(Collaboratrice per la Psicologia del CSLI Italia)

La violenza sulla donna è un fenomeno che è sempre esistito. Oggi più che mai esso attira però l’attenzione dell’opinione pubblica e dei mass-media che ne denunciano un’allarmante e crescente diffusione. Un argomento scottante, spesso centro di accesi dibattiti, troppo spesso realtà concreta. Perché quella che a prima vista potrebbe quasi apparire come la trama di un horror, è invece la pura e cruda verità, spietata e fredda come la lama d’un coltello, che colpisce nella sorpresa e spesso nel silenzio di tanti. E’ forse questo il particolare più agghiacciante del problema.
Secondo il rapporto Eures-Ansa del 2007, un omicidio su 3 avviene in ambito familiare, oltre la metà di essi matura nel rapporto di coppia e circa i tre quarti tra le mura di casa. Le donne tra i 25 e 54 anni sono la fascia più a rischio: in nove casi su dieci l’omicida è maschio. La violenza sulle donne coinvolge vittime di ogni classe sociale e nazionalità, età e sesso: è un atto violento, più che sessualmente motivato, e rappresenta un vero e proprio mezzo di sopraffazione.

Finora si sono occupate della violenza soprattutto le donne delle associazioni e dei movimenti che hanno puntato, oltre che sull’assistenza e sul sostegno legale e psicologico delle vittime, anche sulla formazione degli operatori sociali, della sanità e delle forze dell’ordine. Ma è bene tornare sul tema ogni qual volta sia possibile perché la lotta alla violenza non si attua solo con una risposta tecnica appropriata, ma deve puntare a modificare alcuni aspetti della cultura prevalente ed a costruire sinergie e reti con istituzioni ed Associazioni nella consapevolezza che solo un contesto di risposte a più voci può essere veramente adeguato alle molteplici esigenze che le donne hanno.
Bisogna avere consapevolezza del fatto che i diritti sono acquisiti e non dati “per natura”, che hanno una dimensione storica, che sono il frutto di lotte e di impegni di molte, diverse generazioni e che si possono anche perdere, è necessario quindi non fermarsi, occorre continuare a essere soggetti attivi e difendere i diritti acquisiti faticosamente. Ricordando che, in Italia, prima del 1946 le donne non godevano del diritto di voto; che prima del 1970 non era possibile divorziare; che fino al 1975, quando entrò in vigore il nuovo diritto di famiglia, la donna era una persona sotto tutela degli uomini, il fratello o il marito, e che non aveva neanche diritto all’eredità; che prima del 1978 l’aborto era illegale e punito severamente; che prima del 1995 la violenza sessuale era un delitto contro la morale e non contro la persona e che fino al 1981 l’uccisone della moglie era catalogata come “delitto d’onore” con sanzioni lievi.
In un quadro di responsabilità condivise quello che c’è ancora da fare nella lotta alla violenza non può essere portato solo sulle spalle delle donne, delle Associazioni e dei Centri che le rappresentano, non può ricadere sulle vittime ne può essere una rivendicazione di genere: tutti devono lottare contro la violenza, donne e uomini.
Un problema che rappresenta le relazioni tra le discriminazioni nei confronti delle donne e le violenze contro di loro, proponendo un modello per capire la violenza maschile al di là di facili interpretazioni in termini di “follia”, “passione” o “istinti” degli aggressori.

Subire violenza significa perdere autostima, avere profonde crisi d’insicurezza, sentirsi impotenti, avere grande sfiducia nelle relazioni future; significa quindi mantenere segni fisici ed indelebili segni psicologici che segnano passato, presente e futuro della donna. La violenza contro la donna (dentro e al di fuori delle mura domestiche) viene definita dall’art. 1 della Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne, del 1993, come: «Qualsiasi atto di violenza per motivi di genere che provochi o possa verosimilmente provocare danno fisico, sessuale o psicologico, comprese le minacce di violenza, la coercizione o privazione arbitraria della libertà personale, sia nella vita pubblica che privata».

Se guardiamo il fenomeno della violenza secondo la “Prospettiva Ecologica” vediamo che ad un primo livello vengono espresse le dinamiche psichiche, quelle cioè, che portano un individuo ad esprimersi o comportarsi in un modo piuttosto che in un altro, altri due livelli riguardano invece l’aspetto culturale del problema, ovvero il persistere di una fisionomia patriarcale, quindi profondamente maschilista, il persistere di alti livelli di violenza diffusa e di una cultura che la esalta, oltre che l’assetto legislativo della società che incide direttamente sul problema della violenza sulle donne, ultimo, ma non per questo meno importante, è l’interazione data da questi.

Le teorie ecologiche vedono lo stupro in associazione con altri crimini violenti. Esso si verifica in ambienti dove l’uso della forza è considerato legittimo e la sessualità è vista come un mezzo per dimostrare la propria virilità: il sistema normativo che vige in quella determinata sottocultura fa sì che in certe situazioni l’uso della violenza rappresenti un comportamento appropriato, un comportamento aggressivo incoraggiato e sostenuto, tutt’altro che sanzionato.
La violenza contro le donne, dal punto di vista di una società in mutamento, è un fenomeno che non riguarda singoli casi, ma che si ripercuote su una struttura sociale i cui i retaggi culturali della prevaricazione dell’uomo sulla donna sono messi in discussione da un nuovo ruolo femminile sempre più indipendente.
Ciò che la nostra società ha prodotto è un paradosso nuovo, che ha imposto una rivoluzione completa del modo di affrontare i rapporti di forza materiali e simbolici tra i sessi. Il dominio maschile perde la sua supremazia non solo in uno dei luoghi più visibili del suo esercizio, l’unità domestica, ma anche in tutti gli altri ambienti tradizionali in cui i principi di dominio vengono da sempre elaborati e imposti. La messa in discussione di questi principi procede di pari passo con le trasformazioni profonde che la condizione femminile ha sviluppato soprattutto nelle sue categorie sociali più favorite.

Oggi, cadono alcuni punti saldi della società; una delle principali istituzioni riconosciute, quale il matrimonio, subisce un continuo differimento così come la procreazione, in un ambiente sociale in cui i tassi di divorzio aumentano e si riducono quelli di matrimonio. E’ in questo scenario che la violenza maschile contro la donna prende diversa forma; una violenza inflitta contro il genere femminile in quanto tale, che non è determinata dalla razza, religione, classe, ceto o istruzione e che nei suoi diversi aspetti è accomunata dalla prevaricazione degli uomini sulle donne.

Essere donna, nonostante gli sforzi compiuti dal Movimento Femminista negli anni Settanta, ancora oggi vuol dire appartenere a uno stereotipo socialmente costruito da un punto di vista prettamente maschile. In quest’ottica sociale l’“anormalità” della donna che esce dagli schemi e va contro i preconcetti maschili dei ruoli uomo-donna, spesso è la causa secondo cui la vittima stessa è ritenuta responsabile della violenza subita o considerata poco credibile agli occhi della legge e dell’opinione pubblica.
I passi compiuti verso l’autodeterminazione hanno destabilizzato quindi tutta la struttura sociale tradizionale spingendo all’autoconservazione delle forme patriarcali nella sfera pubblica e in quella privata.

Al nuovo ruolo sociale della donna autonoma corrisponde oggi un crescente rancore che sale da una parte del mondo maschile e che è dovuto al fatto che le donne sono diventate sempre più estranee al ruolo sociale loro assegnato, intaccando il senso e il valore del ruolo opposto. Essere donna diventa un pericolo, e la supremazia del ruolo maschile su quello femminile si afferma sempre più spesso con la forza che, approfittando della debolezza fisica, è usata per minacciare, spaventare, violentare, o contrariamente a proteggere, in ogni caso per dominare.
La violenza più profonda non è tanto quella episodica e fisica ma quella quotidiana, psicologica e culturale, l’aspetto più traumatico è la mancanza di solidarietà, l’ostilità che la società dimostra nei confronti della vittima e della donna “emancipata”. La vittima spesso è vittima prima dell’aggressore diretto poi della società, della sua burocrazia, della sua morale ipocrita, dei luoghi comuni e degli stereotipi.

La società contemporanea resta, malgrado tutto, una società prevalentemente patriarcale, seppur in crisi, ancora profondamente misogina. Il progressivo imporsi delle donne come soggetti pensanti da un lato, la nuova connotazione dell’attuale società civile -che trova nell’individualismo esasperato, nell’assenza di affettività, nel rifiuto delle responsabilità, nella spersonalizzazione, nella mancanza di ideali e di coerenza, i suoi tratti distintivi- dall’altro, hanno determinato un vuoto di valori ed imposto modelli narcisistici di condotta.
È una società paradossale la nostra, che abitua i propri membri ad una competizione permanente, la violenza connota i rapporti interpersonali ancora prima che si realizzino concretamente. L’altro viene concepito prima di tutto come antagonista, come possibile minaccia e l’affermazione personale coincide abitualmente con il fallimento e l’annientamento altrui.

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1 commento »

  1. Ho la fortuna di lavorare come docente di lettere nella Casa Circondariale femminile di Pozzuoli da quasi 18 anni e tra i banchi di scuola sono passate tante, troppe donne doppiamente prigioniere dell’ignoranza,della assenza di consapevolezza di genere,del potere maschile, della povertà, della mancanza di identità; e poi del reato commesso
    E’ avvilente scoprire che gran parte di loro sconta una pena di cui spesso è responsabile o deresponsabile l’uomo, il compagno, il padre, il fratello, il figlio, colpevoli in libertà di violenze inaudite e gratuite, velate e percussive.
    Fare scuola con loro significa renderle innanzitutto capaci di pensare, di capire, di scegliere.Fare scuola con loro significa offrire loro le armi necessarie a cominciare una guerra difficile, ma grandiosa, contro se stesse, non contro l’uomo, affinchè siano in grado poi di combattere con la testa, con il giudizio, con la coscienza rinnovata, per imparare a dire quei no che salvano l’anima e la vita.
    Ne ho incontrate tante ripiegate ed annientate, indebolite da modelli negativi granitici; altre invece animate dalla voglia di salvarsi, di ricominciare diversamente, di imparare a scoprirsi e conoscersi capaci di formlare pensieri, sogni, desideri.
    Il percorso di rinascita è lungo, pericolo, faticoso… ma solo così la sofferenza diventa creativa. Le donne rinchiuse a Pozzuoli ci stanno provando.

    Commento di angela cicala — 10 Luglio 2012 @ 12:03

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